Carciofo locale di Mola

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Capolino di Carciofo Locale di Mola

La varietà di carciofo (Cynara cardunculus subsp. scolymus (L.) Hayek) “Locale di Mola” appartiene alla tipologia Catanese, che ancora oggi è molto coltivata in Puglia e Sicilia dove prende nomi diversi in rapporto alle aree di maggior produzione: Violetto di Sicilia, Di Sciacca, Niscemese, Siracusano, Liscio di Sicilia, ecc. in Sicilia, Carciofo Brindisino, Carciofo di Mola, Carciofo di San Ferdinando, ecc., in Puglia. Il catanese è il tipo di carciofo rifiorente e precoce più coltivato in Italia, pur se limitato alle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata).

Origini e diffusione

Ai primi campi di carciofo comparvero negli anni immediatamente dopo la prima Guerra Mondiale. Per molti anni la coltivazione del carciofo restò confinata quasi esclusivamente nei poderi lungo la costa dove poteva utilizzare i vantaggi del clima mite invernale e la possibilità di essere irrigata grazie alla secolare presenza delle norie che sollevavano l’acqua di falda mediante l’energia fornita dai muli o dagli asini. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, in Puglia, la coltivazione del carciofo aveva come punto di riferimento [1]. La coltivazione del carciofo a Mola era stimata fra 1.500 e 2.000 ha, pari a oltre due terzi della superficie agraria utilizzata del comune. All’inizio degli anni Ottanta i carciofi pugliesi venivano prodotti per il 60% a Foggia, per il 24% a Brindisi e per il 14% a Mola, che comprendeva quasi tutta la produzione della provincia di Bari. Attualmente, la quota pugliese di carciofi è pari al 30% di quella nazionale con una notevole riduzione di quella molese.

Sezione di capolino di Carciofo Locale di Mola

Grande merito degli agricoltori molesi è stato quello di aver diffuso la coltivazione del carciofo nelle suddette nuove aree irrigue pugliesi nonché nel Metapontino, in Basilicata, dove ancor oggi si coltiva prevalentemente l’ecotipo portato dai molesi ed allora conosciuto unicamente con il nome Locale di Mola [2].

Purtroppo, come fu evidenziato nelle conclusioni del 9° Incontro di studio sul carciofo (Mola di Bari, 26 aprile 1986)[3], gli attacchi sempre più gravi di avvizzimento da Verticillium dahliae ed il peggioramento della qualità del terreno in seguito al continuo e diffuso impiego di acqua salmastra, avviarono un inarrestabile declino che nel giro di un decennio portarono alla quasi scomparsa della coltura dal territorio molese. Attualmente, anche grazie alla modesta ripresa degli ultimi anni, si stima che la coltivazione del carciofo interessi pochi ettari diffusi a macchia di leopardo sul territorio e, comunque, tale da non interessare per niente le aree costiere e quelle interne più vicine al mare.

Morfologia

Pianta di altezza media, con un diametro di circa un metro presenta un’attitudine pollonifera media con foglie di colore verde-grigiastro, con attitudine eretta, lunghe in media 75 cm. Il capolino principale presenta forma ovale, è poco compatto, ha brattee esterne di colore verde con striature di colore violaceo che diventano più intense lungo i lati e l’apice delle brattee, con apice che è acuto e senza spine. Le brattee interne sono di colore bianco-verdastro con sfumature violette ed hanno una densità media. I capolini presentano un’alta uniformità con un peso di 100-200 g (con 5 cm di stelo) ed un diametro di lunghezza di 8 x 11,5 cm.

Ciclo di coltivazione

Pianta di carciofo Locale di Mola

Il Locale di Mola ha un ciclo colturale di 8 – 10 mesi che va da luglio-settembre a maggio. L’impianto viene effettuato generalmente con carducci in diversi periodi dell’anno con piante disposte a 100–120 cm tra le file e 80 cm sulla fila. I capolini vengono tagliati a mano con parte dello stelo (10-30 cm) accompagnato da due o tre foglie. Il numero di capolini commerciabili per pianta varia da 6 a 15[4]. Dal mese di aprile fino a tutto maggio si possono ottenere da ogni pianta 3-5 capolini più piccoli che vengono raccolti (spezzati a mano) senza stelo e destinati all’industria di trasformazione o alla produzione di carciofini sott’olio da parte dei molesi.

Usi

Il Locale di Mola ha valori interessanti di inulina che ha diverse proprietà benefiche per la salute, tra cui stimolare la crescita dei bifidobatteri nel colon umano a scapito di agenti patogeni e responsabili della putrefazione, regolare le attività metaboliche, stimolare le funzioni immunitarie, migliorare la biodisponibilità dei nutrienti. Allo stesso tempo l’inulina ha anche interessanti proprietà tecnologiche: può essere utilizzata come fibra dietetica, dolcificante a basso contenuto calorico, surrogato del grasso e modificatore della tessitura.

Riconoscimenti

Nel 2015, la Regione Puglia ha inserito il Carciofo di Mola nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani nella sezione prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati.

Curiosità

  • Negli anni Venti gli acheni, ovvero il frutto del carciofo, impropriamente chiamati semi, erano utilizzati come materiale di propagazione per l’impianto delle carciofaie. La semina veniva effettuata in primavera in semenzaio, dov’è più semplice ed economico gestire l’irrigazione, in seguito il trapianto veniva effettuato in autunno, in modo tale da poter soddisfare i fabbisogni colturali evapotraspirativi sfruttando la stagione piovosa.
  • Le carciofaie, così condotte, giungevano a produzione in primavera. I vantaggi di questa tecnica colturale – primitiva – risiedevano nell’economicità delle pratiche colturali. Gli svantaggi erano legati all’utilizzo di questo tipo di materiale di propagazione che non permetteva il mantenimento delle caratteristiche varietali, né permetteva una standardizzazione del prodotto[2].
  • In alcune delle sue più famose nature morte, Onofrio Martinelli nel 1946/1947 e 1955/56, dopo diverse incursioni in Puglia e nella sua città natale Mola di Bari, inserì un capolino di carciofo simile alla varietà di carciofo allora più diffusa a Mola[5].
  • In Puglia nel 1913 era praticamente inesistente e veniva proposta come potenziale coltura da introdurre in aree a vocazione orticola come Bisceglie, Trani, Mola, Polignano e Monopoli. In una di queste aree, qualche decennio dopo, la coltura del carciofo assunse caratteri così particolari da fare attribuire alla varietà la denominazione di “Carciofo di Mola” o “Locale di Mola”[6].

Note

Bibliografia

  • Accogli R., Conversa G., Ricciardi L., Sonnante G., Santamaria P., 2015. Almanacco BiodiverSO. Biodiversità delle Specie Orticole della Puglia. ECO-logica editore, Bari, pp.260.
  • Bianco V.V., Pimpini F., 1990. Orticoltura. Patron Editore, Bologna, pp. 991.
  • Magnifico V., 1974 - Aspetti agronomici della coltivazione del carciofo nel barese con particolare riferimento all’agro di Mola di Bari. Notiziario Agricolo Regionale, Regione Puglia, 7-8, 8-10.
  • Magnifico V., 1981 - Stato attuale e potenzialità dell’agricoltura molese. In: 1^ Conferenza Cittadina sull’Agricoltura Molese. Mola di Bari, 1° aprile 1981, pp. 35.
  • Magnifico V., 1985 – Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni. In: Mola fra Ottocento e Novecento. Edizioni dal Sud, Bari, 133–144.
  • Magnifico V., 1987 - Alcuni aspetti della coltivazione del carciofo. L’Inf.re Agrario, 4, 57-66.
  • Magnifico V., Elia A., 1991 - Carciofo: funghi e virus. Terra e Vita, 34, 50-51.